Il sonno delle trivelle.

Ok, il giorno dopo il referendum credo che sia arrivato il momento di dire la mia opinione, che si è formata dopo un lungo e sinceramente estenuante percorso attraverso il labirinto della disinformazione per trovare un riferimento.

Dunque, cominciamo con una premessa fondamentale: personalmente ritengo (dopo avere viaggiato su molti fronti in questo senso) che il voto sia fondamentale come espressione della volontà popolare. Io andrò a votare, che il partito per cui voto vinca o perda, o che il referendum che viene proposto passi o meno o che abbia il risultato che ho votato o meno. Sono convinto che votare, a patto che si faccia con la testa e non con la pancia, sia l’unico modo che abbiamo noi comuni cittadini di esprimere un giudizio su qualcosa.
Eppure… eppure, per il referendum riguardante le concessioni di giacimenti entro le 12 miglia marine non sono andato a votare. E perchè, mi si chiederà, se finora hai fatto l’apologia del voto?
Semplice: sebbene a malincuore, ho fatto la scelta che ritenevo la meno peggiore, non la migliore, perchè per la prima volta il non voto mi è sembrato il male minore.

Dunque, sia chiaro che le porcate ci sono state da entrambi gli schieramenti, alla proposta del referendum, ovvero sia da parte delle regioni, sia da parte del governo. Da parte delle regioni perchè il quesito in questione era uno solo dei 6 quesiti proposti dalle suddette 9 regioni riguardo all’argomento, poichè gli altri 5 erano stati dichiarati decaduti dalla Cassazione in seguito al varo del decreto “sblocca Italia”. Attenzione, ripeto per i più disattenti: 5 quesiti referendari su 6 sono decaduti perché le richieste di questi quesiti sono state accolte all’interno dello “sblocca Italia”. Questo vuol dire, palesemente ed al netto di qualsiasi altra dichiarazione di propaganda, che il governo è effettivamente andato incontro alle regioni. Cosa è successo dopo? Beh, l’unico quesito risultato ammissibile era appunto quello per cui si è votato il 17 aprile. E qui iniziano le puttanate: le regioni avrebbero potuto fare un passo indietro, e ritirare un referendum che, accorpato o meno, comunque sarebbe costato, ed evitare tutta la bagarre. Il governo avrebbe potuto accorpare il referendum alle amministrative, oppure chiedere alle regioni di fare un passo indietro in cambio di investimenti pari al costo del referendum in ricerca e sviluppo delle energie rinnovabili, le regioni avrebbero potuto accettare… avrebbero potuto. Ma non lo hanno fatto, perché quel quesito è diventato terreno di scontro e voto politico.

Ovvero, delle 9 regioni che hanno proposto i quesiti referendari e che non hanno fatto un passo indietro, a nessuna sbatteva niente della questione ambientale. Questo referendum è diventato un voto pro/contro governo Renzi, ed anche l’astensione è chiaramente stata strumentalizzata a tal proposito. E così io mi sono ritrovato a cercare informazioni, valutare motivazioni solide e meno solide su entrambi i fronti, e scoprire che questo giro ci sono fin troppe balle in giro: i sostenitori del sì partono chiamando le piattaforme di estrazione “trivelle” termine scorretto ma che entra nella pancia dei cittadini, e far votare i cittadini con la pancia è molto più facile e sicuro che mettergli di fronte i dati e rischiare che decidano contro. E quindi abbiamo i no-triv che vogliono fermare le trivelle, Greenpeace che fa spot imbarazzanti con personaggi famosi che non hanno la più pallida idea di quali siano gli obbiettivi del referendum (però fa figo essere dalla parte del sì, anche se racconti stronzate), e idioti che fanno loghi con il motto da decerebrati “Trivella tua sorella” (e non mi stupisce che gli imbecilli in questione siano pure grillini – anche se ad onor del vero il candidato sindaco di Roma, Virginia Raggi sembra alzare il QI medio del M5S, staremo a vedere) da un lato, e dall’altro posti di lavoro persi, produzione in calo, impatto economico devastante (Nextquotidiano ed Altalex da cui partire, ma anche Greenme se si vuole un articolo più di parte – curioso come sia veramente difficile trovare articoli estensivi riguardo ai singoli punti che confutano i sostenitori del sì).

E poi… e poi c’è che facendo un breve riassunto della storia, si scopre che per questo referendum Civati aveva già tentato di raccogliere firme, non riuscendoci (e, tanto per cambiare, non assumendosene la responsabilità). Si scopre che circa 200 associazioni hanno fatto pressioni sulle regioni e che 9 regioni hanno presentato i suddetti quesiti. E allora, durante la battaglia fra sì e no, chi propende per l’astensione viene definito anti-democratico, perchè se non voti non esprimi il tuo parere e ti va bene quello che fanno e non rompere se poi fanno qualcosa che non ti va bene, come se presentare un referendum a nome di, associazioni comprese, un paio di migliaia di persone a dir tanto (i militanti non è che possano fare più di tanto pressione), ma dai, facciamo anche 30 mila, quando una raccolta firme di nemmeno un anno prima ha fallito con comunque un 300 mila firme fosse democrazia e non un’imposizione. E che di imposizione si trattasse ne è stato prova il fatto che nonostante le regioni vedessero approvati 5 quesiti su 6, sono andate avanti con l’ultimo di essi senza remore, senza nemmeno pensare per un momento di ritirarsi, e trasformandolo in un voto politico. Eh sì, perchè alla fin della fiera questo referendum è diventato una maledetta questione politica, un braccio di ferro in cui le regioni “lottavano” per il controllo delle risorse che il governo gli aveva levato, il governo “lottava” per dimostrare che era più forte, e gente varia “lottava per convincere di avere ragione”, o chi “lottava” per convincere che Napolitano e Renzi dovessero andare in galera (toh, M5S, tanto per cambiare). In merito a questo una parola: nonostante sia poco elegante e sicuramente inappropriato invitare all’astensione, l’espressione della posizione del partito, o comunque l’invito ad astenersi non è abuso di posizione, ed è perfettamente legittimo. Per gli analfabeti funzionali, ripeto: è di certo poco appropriato, ma rimane perfettamente legittimo.

Poi, ovviamente, il caos. E’ stato davvero difficile separare il grano dal loglio, per usare un’espressione poetica. Il voto è diventato palesemente politico fin da subito. E così ho scelto (per gli analfabeti funzionali di cui sopra: ho scelto) di non votare, di astenermi. E in questi giorni è volato di tutto. Chi votava sì si è sentito dire che “tanto non cambia un cazzo”, i no si sono sentiti dire che “non avete a cuore l’ambiente e siete servi dei combustibili fossili e delle lobby petroliere”, gli astenuti si sono sentiti dire che “siete vigliacchi, pecoroni, pigri, sfigati, antidemocratici”, e tutta una sequela di altri complimenti che ti fanno sempre piacere. Ed allora per quale motivo lo hai fatto, mi chiederete? Grazie per la domanda, vedrò di rispondere.

Innanzi tutto chiariamoci: l’astensione, nei referendum, è un diritto sancito dalla Costituzione, poichè la stessa presenza del quorum, sancita dalla Costituzione, mi fornisce una terza opzione di scelta, ossia l’astensione. E’ un mio fottutissimo diritto, fottutamente legittimo, ed ho il pieno diritto di esercitarlo. Questa è la fottuta democrazia, che vi piaccia o no. I diritti sono tali perchè si può scegliere di esercitarli o di non esercitarli. Addirittura voi potete scegliere come curarvi, se usufruire del SSN o curarvi con granelli di zucchero venduti a peso d’oro. Per cui l’astensione è una scelta legittima, valida e possibile. E questo a differenza delle elezioni politiche o amministrative, nelle quali non essendoci il quorum, il risultato è valido che si vada a votare o no. Quindi, mentre in elezioni politichè non votare è pura ignavia, durante un referendum è una scelta di voto. Se non siete d’accordo, pazienza, ma se volete farmi cambiare idea portate qualcosa che dimostri che il non voto non è una scelta nei referendum. Poi possiamo stare giorni a discutere sul fatto che il quorum vada levato o anche che certe questioni prettamente tecniche andrebbero valutate da tecnici esperti e non da persone che non necessariamente hanno chiaro cosa vuol dire quello su cui si sta votando, e mi va benissimo, ma non venitemi a dire che l’astensione non può definirsi una scelta. Ci sono sicuramente i pigri, ma ci sono anche quelli che hanno votato come gli diceva il partito, o gruppo di appartenenza, o che hanno votato a caso, ed anche quelli che hanno votato sì solo per mettere in difficoltà il governo, rendendo questo quesito referendario un “pro/contro Renzi” invece che quello che avrebbe dovuto essere, ossia un quesito riguardante le piattaforme di estrazione entro le 12 miglia marine. Quindi gentilmente, non rompete il cazzo con questa storia che sono pigro, ignavo e quant’altro.

Ciò detto, dicevamo, perchè non ho votato? Come dicevo all’inizio, nessuna delle tre scelte (sì/no/astensione) mi faceva impazzire. I sì hanno messo su un impianto sinceramente mastodontico, volantinaggio a tappeto, spot pubblicitari con personaggi famosi, striscioni, sorelle di Renzi, e tutto il baraccone. Ora è vero che la mosca bianca si trova sempre, però se per convincermi a votare sì mi si devono dire bugie come il fatto che il referendum serve per fermare le trivelle o che le trivelle hanno ucciso i capodogli, allora qualcosa non va. Dall’altro lato anche il partito dei no ha messo in campo non bugie ma ha di sicuro esagerato le cose, come la perdita dei posti di lavoro irrecuperabile e simili, anche se, da quel lato siamo molto più vicini alla verità, almeno per quanto riguarda i blogger che stimo e normalmente hanno una visione decisamente più razionale della mia. Articoli di merda ce ne erano anche dal lato dei no, specialmente quando si arrivava ai numeri, ci ho messo qualcosa come una settimana a capire di quanta produzione stessimo parlando e di quante piattaforme fossero interessate. Quindi anche il no mi ha lasciato leggermente perplesso, sebbene la ritenessi da subito una scelta migliore dei sì. Ma perchè allora non fare il mio dovere di cittadino, votare, far raggiungere il quorum e misurarmi alle urne? Beh, semplicissimo: come in altri referendum a cui ho partecipato, sapevo il risultato prima ancora che aprissero i seggi. La vittoria dei sì era scontata, e la vittoria di una fazione palesemente bugiarda non mi andava. Al contempo ci sono argomentazioni per cui il no avrebbe potuto non essere la scelta più saggia. Astenermi mi ha portato due cose, per me fondamentali per un referendum in cui capirci qualcosa è stato durissimo (ho dei dubbi ancora adesso): mantenere la legge così come è (come se avessi votato no), ed al contempo non dovere aspettare 5 anni prima di vedere un altro referendum in proposito, e la prossima volta potrei valutare meglio, magari senza tutto il clamore mediatico e il braccio di ferro che ci sono ora. Perchè intendiamoci, io ho fatto fatica a capire di cosa si parlasse, e fino al 10 febbraio, ma anche per parecchio dopo, quando hanno depositato il referendum, non avevo idea nemmeno che questa cosa fosse in qualche modo un problema. Non mi piace non avere dati in mano, ma non voglio nè bloccare un nuovo quesito referendario ne avvallare la soluzione che meno mi piace. Quindi ho scelto il non voto, e l’ho scelto a malincuore, perchè è una soluzione che odio e che non avrei voluto prendere, ma le alternative mi sembravano peggiori. Ho sbagliato? Forse sì, ma ho scelto usando la mia testa e non la mia pancia. Se fra un annetto o due vedremo un nuovo referendum in proposito sarò lieto di firmare per il raggiungimento delle firme, e provvederò a farmi un’idea di come le cose sono cambiate. Ma state tutti tranquilli, fra un “battiquorum” e un “mettetevi una mano sul quorum”, questo era un braccio di ferro politico, delle piattaforme non ne sentiremo parlare a lungo in sede referendaria, forse mai. Perchè, davvero, alle regioni non glie ne sbatte un cazzo del problema ambientale. Quindi o si danno una mossa i cittadini, o nisba.

Al prossimo sproloquio, che spero più divertente.

Miauz!

Pubblicato il aprile 18, 2016 su Politica. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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